Durante un’edizione del Lamiera Training Day svoltasi nel giugno del 2024 davanti ad una platea ricca e variegata di professionisti della lamiera c’è stato un interessantissimo intervento di un consigliere del MISE in merito ai tanto attesi incentivi sull’industria 5.0.
L’attenzione è stata massima e si potevano scorgere molti partecipanti prendere appunti e annotare ogni sfumatura di ciò che poteva trapelare dalle dichiarazioni dell’esperto.
Nei mesi precedenti, come spesso avviene, mi è capitato di confrontarmi con rivenditori di macchine, costruttori e utilizzatori in un contesto di evidente rallentamento della domanda.
Ogni interlocutore, tranne chi con un piglio super-commerciale dichiara in ogni caso che va sempre tutto a gonfie vele, ha un proprio punto di vista personale. Qualche costruttore, ad esempio, manifestava una certa preoccupazione. Qualcun’altro, invece, una certa tranquillità e anzi: la soddisfazione di riuscire a seguire meglio i clienti rispetto a due anni completamente fuori regime a causa della precedente industria 4.0. Nel sud Italia, in particolare, c’è chi ha venduto l’impossibile a causa di sgravi ancor più importanti che permettevano alle aziende di recuperare cifre assolutamente impensabili!
Sentendo gli utilizzatori, i clienti di chi le macchine per la lavorazione della lamiera le fa o le vende, c’è invece una certa circospezione nell’investire o perché effettivamente c’è meno da fare o perché si resta in attesa del “nuovo pacchetto di aiuti”.
Ma raccogliendo i pareri univoci (sul rallentamento) e discordanti (sullo stato d’animo) la conclusione di molti è stata: in questo Paese le aziende investono solo se ci sono gli incentivi.
Qualcuno addirittura, sottolineando nel proprio dialetto (che ha il merito di arrivare molto più direttamente), ha aggiunto: “Sì, perché non sono soldi loro!“
Io, da profano del tema, occupandomi esclusivamente di formazione e consulenza sul processo di lavorazione della lamiera, ho però avuto modo di riflettere sul tema anche perché, con le dovute proporzioni, capita anche a me: in molti casi le aziende, pur avendo necessità oggettive di svolgere corsi professionalizzanti per i propri dipendenti, preferiscono non farli in assenza di un qualche sgravio di qualsiasi tipo. È giusto o è sbagliato?
Non ho le competenze, né l’esperienza per dirlo, ma è evidente da ciò che le nostre imprese, per quanto capaci e laboriose, in buona parte non pianificano.
Un investimento importante come una macchina o addirittura un impianto è un’azione che parte da lontano e che dovrebbe essere svolto a prescindere sulla base di calcoli e dati alla mano che aiutino a seguire la via meno rischiosa e più redditizia per l’azienda.
È come il mercato dell’auto: anche il compianto Marchionne suggeriva che gli incentivi drogano il mercato mettendo in grave difficoltà i costruttori alle prese con una domanda discontinua. Forse è il sistema che imperversa da decenni che ci ha abituato in questo modo, fatto sta che lavorare sulle montagne russe non permette a molti costruttori di strutturarsi e, anzi, li pone davanti a grossi rischi.
In particolare, uno di essi mi ha confessato che nel 2023 avrebbe avuto il potenziale per vendere anche centocinquanta macchine: il triplo del normale… ma non le possibilità!
Dove le trovava le persone da inserire per soddisfare una richiesta simile?
E, soprattutto, una volta inserite e terminata “la pacchia”, come non entrare in crisi nera?
Il suo commento lapidario è stato: “Il mercato italiano è troppo discontinuo per crescere”.
E ci credo!
Insomma, la riflessione che è scaturita ascoltando le tante voci di chi è sul mercato con il coltello tra i denti da molti anni è che forse sarebbe meglio aiutare le imprese con interventi strutturali e duraturi piuttosto che rincorrere il grande risultato a breve termine.
Articolo editoriale pubblicato sulla rivista Lamiera edizioni Tecniche Nuove Settembre 2024.
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