Girando molte aziende di lavorazione della lamiera mi sono accorto che ci sono delle dinamiche che si ripetono spesso, specie tra i terzisti medio-piccoli, quindi, una fetta importante nella “torta” delle aziende di piegatura.
Mi riferisco nello specifico allo strano rapporto tra clienti e fornitori. “Relazioni” che possono basarsi su presupposti piuttosto labili e che nascondono insidie e…potenziali dissapori.
Ci sono aziende terziste di piegatura della lamiera che sono cresciute mantenendo il medesimo standard di conoscenza tecnica di processo, adeguandosi tuttalpiù nell’apprendere l’uso di eventuali nuovi macchinari. Possiamo trovare laser iper-veloci, presse piegatrici con elettroniche spaziali, ma comunque governate da operatori della lamiera che, per ottenere la misura centrale di un profilo ad omega, iniziano di default a calare le pieghe esterne a suon di “…tanto l’è un rinforso dela sponda del caro del luame” – Cit. (= tanto è un rinforzo della sponda del carro del letame).
Sostanzialmente non c’è una procedura per migliorare la precisione, cosa peraltro semplice se si vuole realizzare, né una consapevolezza degli effetti deleteri a cui tale mindset, per così dire, può esporre.
Tutto apparentemente tace…quando va bene.
Il cliente del terzista, che può essere dieci e più volte più grosso di lui, si piglia tutto finché le consegne vanno a gonfie vele. Tuttavia, appena cala il lavoro del cliente fioccano le non conformità.
Normalmente i periodi bui contaminano quasi tutti e quindi ciò che è sempre andato bene ora non si accetta a meno che non ci sia un sonoro sconto con la promessa che se ricapita “Ci rivolgeremo altrove!“.
Nelle case dei terzisti che piegano lamiera ho visto scatenarsi grandi bufere improvvise, perché veder ritornare indietro la merce contestata non è proprio una cosa che tutti accettano con il sorriso e la sana voglia di comprendere assieme, uniti come una squadra, cos’è andato storto e come migliorare attraverso un percorso condiviso di crescita spirituale prima ancora che professionale…
Più spesso, nella realtà, si va in cerca il colpevole che a ragione, dal suo punto di vista, si difende come un leone perché ha fatto tutto come al solito.
Il problema, però, sta a monte.
Se incontro costantemente personale veterano che non ha mai fatto nemmeno lontanamente caso a quella scrittina sul cartiglio (che dopo i quaranta diventa quasi illeggibile senza un buon paio di occhiali, per altro) che riporta pressappoco la fatidica frase: “Quote prive di tolleranza rifarsi alla norma iso 22768“, significa che mancano proprio le basi e occorre far qualcosa urgentemente.
Non si può scaricare la responsabilità sull’ultimo con il classico “Te g’avei da saverlo!” (= avresti dovuto saperlo), perché a chi non è mai stata richiesta una cosa, difficilmente di spontanea volontà si mette a farla.
Solamente chi si appassiona in modo sincero a ciò che fa cerca di saperne di più ma, ahimè, è una cosa che si verifica raramente tra gli operai che, anche se bravissimi e simpaticissimi, una volta usciti dal capannone tendono beatamente a pensare ad altro (legittimamente aggiungo, sebbene non lo condivida personalmente).
E poi si deve risalire la filiera e comprendere se gli operatori della lamiera, anche sapendo che cosa sono le tolleranze, siano o meno nella condizione di poterle rispettare… e così via! Dopo tutto, un pezzo quando è tagliato è tardi e lo sviluppo lo decidono altri prima di loro.
Sostanzialmente il consiglio spassionato da parte mia non può che essere sempre lo stesso: formiamoci tutti per quanto serve e per quanto possiamo personalmente assorbire, perché il saperne di più è una condizione che guida e che tutela, anche nei casi dove il gioco si fa duro!
Articolo editoriale pubblicato sulla rivista Lamiera edizioni Tecniche Nuove Novembre 2025.
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